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Recensione “Diario di un Magistrato” di Guy de Maupassant – a cura di Roberto Ghedini


GOODmood continua ad ampliare la sezione dedicata al giallo, al noir e al thriller (forse la più accattivante del suo catalogo di audiolibri), facendo sempre riferimento alle sceneggiature di Paola Ergi interpretate a più voci e alle sonorizzazioni efficaci e pregnanti di Dario Barollo. Non fa eccezione il Diario di un magistrato (“Un fou”, 1885), uno dei ventinove racconti di Guy de Maupassant (1850-1893) che affrontano direttamente i temi della pazzia, della paura dell’ignoto che alberga nel profondo di noi stessi e delle allucinazioni che portano alla perdita di controllo di sé e della realtà, spesso uniti assieme nelle medesime storie: pensiamo, tra le altre, a novelle come La pazza (“La folle”), Sant’Antonio (“Saint-Antoine”), L’Horlà (“Le Horla”), Lui? (“Lui?”) e La piccola Roque (“La petite Roque”).

 

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Nel Diario di un magistrato si parla di un giudice stimato e temuto per la sua ferrea irreprensibilità, finché non viene alla luce – dopo il solenne funerale con gli onori militari che viene celebrato alla sua dipartita – un diario segreto che rivela tre inimmaginabili delitti di cui si era consapevolmente e voluttuosamente macchiato, giungendo persino e con grande soddisfazione a far condannare alla pena capitale un innocente al posto suo: come scrive Maria Teresa Nessi, uno dei temi-chiave della narrativa di Maupassant è “la critica impietosa verso un’umanità degradata, ipocrita, odiosa e stupida”, unitamente alla “sensualità sfrenata, la guerra, la solitudine, la follia e la morte”.

 

Nell’economia del racconto, il diario principia il 20 giugno 1851 e termina il 10 marzo 1852, anche se “il documento era composto di molte altre pagine, ma non c’era nessun’altra cronaca che riguardasse altri delitti”; non è probabilmente un caso che la descrizione di questa follia insanguinata copra l’arco di circa nove mesi, cioè la durata di una gravidanza umana (processo “generativo” per eccellenza); come non sembra accidentale che dal 20 giugno ai primi segni evidenti della pazzia – datati 3 luglio – trascorrano esattamente quattordici (cioè due volte sette) giorni: un altro numero di inequivocabile rilevanza simbolica. Non mancano pure riferimenti simbolici nella natura delle tre vittime del magistrato: un cardellino (il quale nell’antica cultura pagana rappresentava l’anima dell’uomo che al momento della morte vola via, mentre per i cristiani simboleggia la passione di Gesù), un ragazzino e un pescatore (questi ultimi due – a maggior ragione in virtù del loro accostamento in successione – possono richiamare il Vangelo di Marco: segnatamente Mc 1, 14-20 e Mc 10, 14-16).

 

A partire dal 3 luglio il giudice incomincia a parlare dell’omicidio come di una fonte di piacere intimo e personale, nonché a nostro avviso inequivocabilmente “patologico”: è questa la svolta di una “riformulazione assiologica” che mette a nudo la fondamentale ipocrisia della magistratura quale “braccio violento della legge” (“La natura è legata alla morte: non punisce, lei!”). Nel corso di questa riflessione il giudice perviene a legittimare a se stesso la “necessità naturale” del delitto; lo fa, almeno in apparenza, con logica stringente e rigore argomentativo (ci ricorda però ancora Maria Teresa Nessi che “in ragione di questo scompiglio, i rapporti di causa ed effetto sono a tal punto imbrogliati che la logica non basta più a spiegarli, a conoscere la verità; del resto anche i misteri psicologici si rivelano insondabili, forze cieche del mondo”); questa logica stringente e questo rigore argomentativo, peraltro, possono ricondurre alla teoria della ratio agendi contenuta in Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente (“Über die vierfache Wurzel des Satzes vom zureichenden Grunde, 1813) di Arthur Schopenhauer (1788-1860), filosofo nei cui riguardi Maupassant – in buona compagnia di numerosi intellettuali della sua generazione – è fortemente debitore. Il punto di partenza del magistrato consiste nel bisogno di comprendere perché un tale Blondel – che lui ha appena consegnato alla ghigliottina – abbia ucciso i suoi cinque figli (e Perché? è anche il titolo che il giudice ha apposto al suo diario).

 

Sappiamo quanto Maupassant amava épater le bourgeois e nelle prime pagine del Diario sortisce l’effetto puntando su una specie di concordantia oppositorum. Tra le frasi che l’autore mette in penna al suo personaggio senza nome prima di farlo impazzire ce ne sono alcune che meritano di essere sottolineate: “[…] uccidere è quanto di più prossimo c’è a donare la vita. Costruire e distruggere!” – “Più si elimina, più si rigenera.” – “L’essere… cos’è? Tutto e nulla.”. “Tutto e nulla”: molti anni dopo Charles-Ferdinand Ramuz (1878-1947), scrittore elvetico in lingua francese, declinerà sagacemente questo concetto nel libretto – tratto da due racconti popolari russi di Aleksandr Afanas’ev (1826-1871) – dell’opera da camera Histoire du soldat (1918) composta da Igor’ Stravinskij (1882-1971), dando al male e al suo trionfo le riconoscibili sembianze del diavolo.

 

 

In questa audioversione integrale del racconto, Giancarlo De Angeli (voce narrante) e Marco Troiano (magistrato) intrigano l’ascoltatore fin dalle prime battute, accompagnando il protagonista nella sua fatale e serrata discesa agli inferi; la caratterizzazione vocale di Troiano, in particolare, sembra improntata ad un voluttuoso e sadico compiacimento che conferisce al personaggio una terribile credibilità.

Dario Barollo compone una sonorizzazione sinistra, allucinata e sfuggente, che sembra contrappuntare il destino ineluttabile del giudice come se fosse una strada predestinata e non un dirupare autonomamente e liberamente scelto verso il delirio e la follia: una sorta di trasposizione erotica e sensuale – tuttavia  paradossalmente ribaltata – dell’atto di dare la vita. Come sempre in coerenza con le sollecitazioni e gli spunti che il testo offre, Barollo sovrappone elementi contrastanti per creare una specie di “frizione” interna alla narrazione: ne sono un esempio eloquente, all’inizio dell’audioracconto, i rintocchi deformati della campana a morto abbinati al rumore di un cuore che batte, cui si innesta ben presto il presentat’arm dei soldati che rendono omaggio al feretro. La vita e la morte coesistono fin dall’incipit, quindi, in concordantia oppositorum, sotto forma di spie acustiche che accompagnano la rievocazione del funerale del magistrato, prefigurando pure (il cuore che batte con terrore prima di venir meno) la fine drammatica delle prime due vittime del giudice (mentre la terza vittima perirà inconsapevole nel sonno). Una fugace citazione del Dies irae gregoriano (affidata ad un violoncello solo) commenta da par suo il ritrovamento del cadavere della seconda vittima (datato 30 agosto). E significativamente le campane ritorneranno in chiusura del racconto: non più irrelati rintocchi, bensì un macabro carillon che scandisce una melodia di quattordici (!) battute (divisa a sua volta in due frasi identiche di sette battute ciascuna).

 

La parte del narratore onnisciente, in questa audioversione, la fa forse proprio la colonna sonora: lucida, cinica e imperturbabile. Parimenti si rivela ben poco consolatoria la fine della novella: “Gli psichiatri che hanno letto il manoscritto hanno dichiarato che nel mondo ci sono molti malati di mente che apparentemente conducono una vita normale: sono furbi e tremendi come questo pazzo furioso”.

Santa Giustina, 8 luglio 2013

Roberto Ghedini

 

Disponibile anche in versione ebook su Itunes Store e su Amazon.it.

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